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Cinema vivo. Quindici registi a confronto

a cura di Emiliano Morreale e Dario Zonta

Incontri con: Marco Bechis, Leonardo Di Costanzo, Nina Di Majo, Giorgio Diritti, Daniele Gaglianone, Matteo Garrone, Giovanni Davide Maderna, Alina Marazzi, Salvatore Mereu, Andrea Molaioli, Francesco Munzi, Paolo Sorrentino, Marina Spada, Edoardo Winspeare, Gianni Zanasi e con un intervento di Mario Monicelli.

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Introduzione

Periodicamente, cronisti e critici si dedicano, come un obbligo, a rendere conto dello stato delle cose nel cinema italiano. Di solito, tende a prevalere un generalizzato ottimismo, incline a far coincidere incassi e premi con la qualità, senza azzardare riflessioni minimamente approfondite. Con questi dibattiti, ovviamente, ragionando in questi termini o addentrandosi su questo terreno di polemiche non varrebbe la pena nemmeno di cominciare il discorso. Il fatto è che in Italia, comunque, tra le arti il cinema continua talvolta a sorprendere e a suscitare curiosità, e alcuni elementi meritano forse di essere sottolineati, di servire a una riflessione non effimera.

Le interviste qui raccolte sono originali o già apparse in altra versione su “Lo straniero”. Documentano un momento di spinte contraddittorie, elementi che possono suscitare entusiasmo o costernazione, e per questo sentiamo l’esigenza di contribuire a riflettere, insieme ai registi. Proviamo a farne un elenco: la stretta ai finanziamenti pubblici e la difficoltà sempre maggiore di trovare finanziamenti per gli esordienti; una situazione delle sale sempre più polarizzata verso i multiplex e la distribuzione in molte copie e con spazio minimo per delle uscite “mirate”; una crisi del cinema e della distribuzione d’essai; la scomparsa del cinema (specie italiano) dai palinsesti della TV generalista; il boom della visione cinematografica (per lo più illegale e talvolta di bassa qualità) su internet; il definitivo consolidamento del mercato del dvd (anche in libreria e in edicola); le ormai enormi possibilità di produzione professionale a bassissimo costo. E più ancora: le possibilità, con internet, di una diffusione parallela molto più efficace di quella tradizionale; l’esplosione di interesse verso il cinema documentario, specie tra i giovanissimi; la moda dei “racconti della realtà” anche tra gli scrittori, con inchieste più o meno serie e approfondite; complessivamente, un certo interesse a mescolare i generi e le forme e a confrontarsi con teatro, narrativa, arte; la possibilità di finanziamenti decentrati con le Film Commission regionali, dal Friuli al Piemonte alla Sicilia.

Il nodo della produzione e della distribuzione cambia ogni anno. Negli ultimi tempi, a farne le spese sono stati i registi esordienti (che non sono riusciti a produrre i loro film). Ma complessivamente, ci pare che questo elenco confuso e parziale tenda a indicare come unica via possibile quella di una produzione diffusa e a basso costo per i giovani autori.

Per un attimo si è pensato che l’ottimo successo commerciale di film d’autore come Gomorra e Il divo potesse convincere delle potenzialità di un cinema di sperimentazione a fianco di un più o meno dignitoso cinema commerciale e di quegli ignobili ircocervi midcult che hanno abitato i primi anni di questo secolo: il “cinema medio d’autore” delle famiglie borghesi, etero o gay, delle crisi dei quarantenni, degli incidenti d’auto a inizio film e delle canzoni sui titoli di coda, delle invadenti voci off e delle facce da fiction, delle attrici rifattissime e delle fotografie bluastre, dei momenti surreali con apparizioni soprannaturali, dell’immigrato (o dell’operaio) che fa capolino nell’episodio collaterale, degli “spiegoni” interminabili senza nessuno spazio lasciato alla fantasia dello spettatore.

Ma, certo, non si può sperare ogni anno in un Gomorra, figlio oltretutto di un percorso ormai più che decennale di un autore che ha cominciato da indipendente ostinato. Molti registi hanno cominciato da soli, non facendo il giro dei produttori col copione in mano. Anzi, magari hanno cominciato a girare anche senza il copione, sotto l’urgenza di una realtà da raccontare.

Il vero rischio, oggi, al di là delle strettoie economiche, è la pigrizia culturale che rischia di corrodere le menti e le ambizioni dei giovani registi prima ancora che questi comincino a lavorare. Ad esempio, se si guardano i cortometraggi di questi anni, specie quelli usciti dalle scuole di cinema, è costernante vedere come a una corretta professionalità si accompagni spesso un’assoluta mancanza di cose da dire o addirittura un’astuzia e una voglia di piacere a ogni costo e di vendersi subito. C’è qualcosa da sperare da ragazzi che a venticinque anni fanno dei film per il successo? Cosa cercheranno a quaranta?

Non è un caso che i migliori talenti degli ultimi anni abbiano preferito cimentarsi piuttosto con il cinema documentario: e non solo, crediamo, per motivi di maggior facilità produttiva. C’è anche, da un lato, una carenza di racconto del presente da parte del giornalismo “ufficiale”; e dall’altro, una cappa di uniformità visiva nel cinema italiano medio, da cui nasce probabilmente la percezione che da quei metodi lì (quei generi, quei modi di produzione, quelle forme di racconto, quegli ambienti) non si possa cavare niente di nuovo. Eppure, il cinema italiano è oggi più vario di quel che possa sembrare, e proprio per questo appare necessario distinguere i punti di riferimento, i registi che cercano davvero, a costo di sbagliare, e quelli da cui è difficile aspettarsi sorprese o conferme.

I registi qui intervistati non sono certo i soli punti di riferimento, e certo non tutti lo sono in egual misura. Bechis, Di Costanzo e Diritti sono sui cinquant’anni, gli altri, più giovani. Quasi tutti hanno cominciato dopo l’ultima grande ondata di registi che aveva tentato un ricambio e delle innovazioni, ossia quella a cavallo tra anni ottanta e novanta, quella in cui si era sperato anche in un racconto di Italie diverse e magari in un decentramento produttivo: i napoletani Martone, Corsicato, Capuano, De Lillo (di quest’ultima è lo sfortunato Il resto di niente), i siciliani, i milanesi, i pugliesi, e insomma si era trattato dell’ultimo ricambio generazionale, dell’ultima generazione significativa di esordienti, tanto più vistosa in quanto piombava su un panorama desolante da una ventina d’anni, i peggiori nella storia del nostro cinema dall’invenzione del sonoro.

Quel che abbiamo cercato in quest’elenco arbitrario e diseguale di registi è appunto capire come si trovano e come agiscono nella realtà di questo paese, e soprattutto i loro elementi di radicalità e diversità, magari irrisolti o sopiti. Ci si è soffermati soprattutto sulla dimensione estetica del loro lavoro, cercando di sottrarli alla dimensione socio-giornalistica. Ne è risultato, crediamo, il ritratto di una generazione che è in fondo sola nella sua ricerca, ma anche consapevole delle difficoltà e della mancanza di punti di riferimento nei produttori, nei critici, nei media: l’impressione è che, non grazie a tutti costoro ma nonostante essi, i migliori tra i giovani registi riescano a dire quel che sta loro a cuore.

Per motivi contingenti, alcuni altri registi di rilievo sono rimasti fuori o vanno ricordati: anzitutto Vincenzo Marra (il cui ultimo film è stato però una delusione), e Saverio Costanzo, che tra i registi recenti è quello che ha mostrato più energia e forza nel costruirsi un percorso autoriale forte, puntando alla depurazione. Tra gli esordienti della Fandango meritano di essere ricordati almeno Emanuele Crialese, Fausto Paravidino e Daniele Vicari. Negli ultimissimi tempi, dopo quello tra i più insoliti dei fratelli Piva (LaCapaGira, 1999) i migliori esordi ci sono sembrati Kim Rossi Stuart (Anche Libero va bene, 2006), Diego Olivares (I cinghiali di Portici, 2003), Paolo Franchi (La sconosciuta, 2004), Alessandro Angelini (L’aria salata, 2006), e altri eccentrici, magari lontani da Roma, come Marcello Garofalo (Tre donne morali, 2007), il torinese Enrico Verra (Sotto il sole nero, 2005), i milanesi Antonio Bocola e Paolo Vari (Fame chimica, 2004), il milanese-calabrese Michelangelo Frammartino (Il dono, 2003), il valtellinese Vittorio Moroni (Tu devi essere il lupo, 2005) o quelli dell’ottima “scuola sarda” che pareva essersi avviata qualche tempo fa e di cui parliamo con Mereu, ma che comprendeva anche film come Pesi leggeri di Enrico Pau, La destinazione di Piero Sanna e Arcipelaghi di Giovanni Columbu.
E soprattutto, sullo sfondo di questo elenco vogliamo ricordare l’esperienza di Daniele Ciprì e Franco Maresco, sui quali però in questa collana contiamo di tornare come meritano. I due registi si sono separati come coppia, e il solo Maresco al momento prosegue l’attività di regista. Ma ci piace richiamare ancora una volta, in chiusura, la radicalità del loro esempio come augurio a registi e spettatori pensanti.

(Emiliano Morreale e Dario Zonta)