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Homepage / il libro / Zygmunt Bauman Modernità e globalizzazione
Intervista di Giuliano Battiston
Questo libro raccoglie una serie di interviste a Zygmunt Bauman realizzate (de visu o per posta elettronica, da cui alcune variazioni di ‘forma’ e ‘stile’) nel corso degli ultimi due anni. Alcune interviste sono già state pubblicate parzialmente sul quotidiano “Liberazione”, sulle riviste “Lo Straniero” e “Lettera Internazionale”, che ringraziamo.
Introduzione
È difficile giudicare la realtà in cui viviamo, individuarne le tendenze più significative, distinguere ciò che è pertinente da ciò che è semplicemente epidermico, comprenderne il senso. Nel farlo, rischiamo infatti di rimanere troppo ‘aderenti’ a noi stessi, o, al contrario, di cadere nell’illusione di poter prescindere dal condizionamento che inevitabilmente esercitiamo sulla realtà. Anche i sociologi lo sanno, ma i rimedi che propongono appaiono spesso inefficaci: per evitare di rimanere invischiati in un troppo esibito soggettivismo, alcuni credono che sia sufficiente adottare uno sguardo ‘macroscopico’, ‘a volo d’uccello’, e che così facendo sia possibile rendere trasparente la realtà ai propri occhi e a quelli altrui. Altri, più avvertiti, riconoscono invece di non poter osservare dall’esterno il mondo intorno a sé, ma traducono questa consapevolezza in un ‘cedimento’ rassegnato all’eterogeneità dei singoli fenomeni sociali, che si limitano a catalogare in modo didascalico e protocollare.Zygmunt Bauman, sociologo sui generis, non appartiene né alla prima né alla seconda di queste tipologie. Perché ha fatto dell’irrequietezza dello sguardo e della continua oscillazione tra il particolare e il generale, tra gli aspetti episodici della vita e le coordinate tendenziali entro cui si collocano, la cifra distintiva di un lungo percorso di ‘anatomista’ della società contemporanea. Ma soprattutto perché muove dalla convinzione che il radicamento nel presente non solo non pregiudichi l’attività dell’osservatore, ma costituisca anzi una delle condizioni affinché il suo operato non si riduca a mero esercizio descrittivo o compilatorio.
Per l’autore de Il disagio della postmodernità – che in quest’intervista torna a riflettere, offrendo nuove chiavi di lettura, sulle trasformazioni che con il passaggio alla Modernità liquida hanno investito i sistemi politici e le strutture sociali ‘tradizionali’ – la sociologia infatti deve ancora trarre alimento dall’ambizione a spiegare la realtà. Ma può farlo soltanto se rinuncia a qualsiasi tendenza apodittica e se si affida, prima ancora che a un metodo epistemologico da perseguire con disciplina, a una forte tensione etica: dall’affidamento esclusivo al metodo non può che nascere un incerto balbettio accademico, fragile di fronte all’ambivalenza del reale e afono di fronte ai preoccupati e insistenti interrogativi di chi abita La società sotto assedio, mentre dalla tensione etica – da una tensione che nasca dall’‘adesione’ al presente e dall’inquietudine responsabile per il futuro – può scaturire quell’urgenza di giustizia che ci “impedisce di restare fermi”. E che ci invita da un lato a smascherare il bluff di chi innalza mura possenti intorno “alle ancora occulte possibilità umane”, e dall’altro a riconoscere il carattere provvisorio, incerto, revocabile e contingente dell’ordine sociale presentato come necessario e inalterabile dai custodi del ‘meramente esistente’. Si tratta, sostiene Bauman, di un riconoscimento che “può indurci tanto a gettare la spugna quanto ad agire”, ma che garantisce almeno l’occasione per esercitare la nostra libertà di esseri umani e cittadini, perché “per operare nel mondo (anziché essere da questo manipolati) occorre conoscere come il mondo opera”.Nelle pagine che seguono, il sociologo polacco si interroga tra le altre cose sulle nuove forme della sovranità politica, sui pericoli del ‘comunitarismo’, sul rapporto tra individuo e società, sulle diverse manifestazioni della globalizzazione, sul passaggio dalla Stato sociale allo Stato penale, sulle forme di seduzione del potere, sull’importanza del laboratorio politico europeo, sull’elezione di Barack Obama e sul ruolo stesso della sociologia. Temi evidentemente diversi, ma che convergono verso un unico nucleo, che ancora una volta riflette il tentativo di “conoscere la forma delle cose” per poi individuare gli strumenti per cambiare quella forma o le cose stesse. Nelle risposte di Bauman troveremo dunque l’invito a proteggere il nostro bene comune più prezioso – la società in cui viviamo – dall’analfabetismo etico-culturale di chi ci insegna che “qualunque cosa si raggiunga nella vita può essere ottenuta soltanto nonostante la società, e non grazie a essa”; la sollecitazione a rigettare le ricette di chi vuole ridurre gli spazi pubblici a énclaves, recuperando invece la fiducia nell’efficacia del discorso pubblico e nella sua capacità di promuovere un’azione collettiva per rifondare l’agorà. Ma troveremo soprattutto la speranza che queste risposte possano sollevare nuove domande: dopo tutto, scrive il decano della sociologia europea ne La solitudine del cittadino globale, “nessuna società che dimentichi l’arte del porsi domande o che permetta a quest’arte di cadere in disuso può sperare di trovare risposte ai problemi che l’assillano, certamente non prima che sia troppo tardi e che le risposte, benché corrette, siano divenute irrilevanti”.
(Giuliano Battiston)
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Collana: piccola biblioteca morale